Scarpe-antinfortunistiche

Guida alla scelta delle migliori scarpe antinfortunistiche

Le scarpe antinfortunistiche sono calzature da lavoro che hanno la peculiarità di proteggere da temperature, urti e scariche elettriche, rivestendo il piede per evitare il rischio di infortuni: una scarpa ben fatta, perciò, può salvaguardare la salute del lavoratore, permettendogli di lavorare in tutta sicurezza.

I settori in cui le scarpe antinfortunistiche devono essere indossate obbligatoriamente sono in costante crescita e sono stabiliti dalla legge n. 626 del 1994, cioè la legge introdotta per recepire tutte le normative europee per ciò che riguarda la salute e la sicurezza dei lavoratori e che rese molto più moderna la sicurezza sul lavoro in Italia. Secondo l’articolo 74 del DL n. 81 del 2008, l’obbligo di calzare le scarpe antinfortunistiche (o DPI, ossia dispositivo di protezione individuale) si ha quando è prevedibile un pericolo di lesione ai piedi; i piedi, infatti, sono particolarmente vulnerabili poiché esposti a rischi di qualsiasi genere, come i rischi meccanici, fisici o addirittura rischi chimici, ad esempio il contatto con prodotti irritanti.

Per ottimizzare l’uso delle scarpe antinfortunistiche bisogna assicurarsi che le calzature corrispondono alla categoria di rischio richiesta, in base al tipo e al luogo di lavoro; a tale scopo segnaliamo le caratteristiche specifiche a cui si riferiscono le norme europee:

  • A: calzatura antistatica;
  • CI: isolamento dal freddo del fondo della calzatura;
  • CR: tomaia resistente al taglio;
  • E: assorbimento di energia nella zona del tallone;
  • FO: suola resistente agli idrocarburi;
  • HI: isolamento dal calore del fondo della calzatura;
  • HRO: battistrada resistente al calore per contatto;
  • M: calzatura di protezione metatarsale;
  • P: lamina antiperforazione;
  • SRC: calzatura resistente allo scivolamento;
  • WR: calzatura water resistant;
  • WRU: tomaia materiale impermeabile.

Per scegliere una buona scarpa antinfortunistica, dopo aver guardato che si rispettino tutte le norme in materia, il secondo passo da compiere è chiedersi quali siano le proprie esigenze: se, ad esempio, si lavora a stretto contatto con fonti energetiche, in particolare elettriche, bisognerà munirsi di una scarpa che dissipi facilmente l’energia, mentre chi lavora a stretto contatto con l’acqua necessiterà di una calzatura idrorepellente o, ancora, bisogna stare attenti alle esigenze del piede stesso dato che se si è soggetti a urti o abrasioni alla caviglia, è bene utilizzare una scarpa alta, mentre se si lavora su un materiale liscio e privo di rischi per il piede, allora si potrà optare per una scarpa più leggera e senza fascia che copra la caviglia e renda più goffi i movimenti. Tutte queste tipologie possono essere scoperte e acquistate sul sito esconti.

In ogni caso, ci sono delle caratteristiche che accomunano le diverse esigenze, ad esempio chiunque deve optare per una scarpa dalla forma ergonomica. Il puntale protegge la punta del piede da schiacciamenti o gravi urti ma, se non si sceglie il materiale adatto, ad esempio l’alluminio che rende la scarpa più leggera, si può incappare in un eccessivo affaticamento del piede. Parecchi anni fa, infatti, si usava il puntale in acciaio che attraeva sia il caldo del sole cocente che il freddo delle giornate più uggiose, mentre le nuove tecnologie hanno ideato materiali sempre più leggeri ma allo stesso tempo resistenti.

La forma della scarpa antinfortunistica, infatti, è un elemento caratterizzante se si vuole acquistare una buona calzatura che protegga bene il piede, in quanto è d’obbligo scegliere una scarpa elastica che, in caso di schiacciamento, permetta al puntale di tornare alla propria forma originale in modo da facilitare la fuoriuscita del piede senza comportare difficoltà.

Un elemento da non sottovalutare è anche la vestibilità, poiché scegliere una scarpa molto leggera e comoda è l’ideale per chi svolge lavori pesanti e non vuole affaticare troppo l’intera muscolatura della gamba, evitando di sovraccaricare i muscoli di stress che si riverserà sulle articolazioni.
Sebbene ogni DPI immesso nel mercato è stato oggetto di una relazione tecnica ed è accompagnato da una dichiarazione di conformità e da un foglio illustrativo, per scegliere una buona scarpa bisogna anche andare alla ricerca (minuziosa!) di un marchio che usi prodotti di prima qualità, resistenti a varie categorie di problemi di seguito elencati:

  • penetrazione dell’acqua e di vapore acqueo: è importante che sia i materiali che le cuciture della calzatura proteggano il piede dagli effetti della pioggia, della neve o dell’umidità del suolo;
  • scariche elettriche: il materiale deve essere progettato per dissipare le cariche elettrostatiche onde evitare scariche che possano innescare incendi e minare alla salute del lavoratore;
  • misture chimiche: è essenziale che le scarpe antinfortunistiche siano realizzate con materiali che rispondano bene all’esposizione di spruzzi o piccoli schizzi di materiali chimici che potrebbero erodere la scarpa;
  • fonti di calore: raccomandiamo particolare attenzione che i materiali del vostro futuro acquisto proteggano il piede dal calore convettivo, calore radiante o spruzzi di metallo fuso.

Il design della scarpa, oltre ad essere ergonomico e detenere una buona qualità dei tessuti, deve avere anche un design accattivante perché, diciamolo, anche l’occhio vuole la sua parte. Ultimamente, infatti, il mercato delle scarpe antinfortunistiche si sta colorando di nuove sfumature che rendono la calzatura meno d’impatto per l’occhio e sempre più simile ad una scarpa da ginnastica, favorendone il senso estetico.

Se sei una donna e stai cercando delle scarpe antinfortunistiche comode ma allo stesso tempo molto leggere e con un design adatto per una lady, sappi che molti produttori di calzature antinfortunistiche stanno sperimentando nuovi modelli adatti al piede femminile! Molte aziende, infatti, hanno assunto nel proprio organico degli stilisti appositamente contattati per creare una scarpa che possa coniugare l’esigenza di un’estetica più ricercata alla comodità ma, soprattutto, alla sicurezza della scarpa antinfortunistica.

Una componente molto importante delle scarpe antinfortunistiche, nascosta all’occhio ma molto importante, è la soletta interna: la suola ideale è quella più spessa delle suole normali per attutire meglio gli urti ma anche più morbida in modo da assicurare comodità al lavoratore per tutto il tempo in cui le indosserà. La suola interna deve essere altamente traspirante poiché, ricordiamolo, i piedi sono una delle zone del corpo con la più alta densità di batteri e lavorare tutto il giorno con delle scarpe così ben rivestite può causare un’eccessiva sudorazione che, se non adeguatamente controllata, può portare a problemi con la scarpa prescelta.

Il tacco e la suola della scarpa, invece, devono necessariamente essere antiscivolo e antiperforazione. È importante scegliere bene il materiale della suola: in base ad esso dipenderà la pesantezza della scarpa ma anche il grado di isolamento della pianta del piede da eventuali fonti di calore o perforazione; ad esempio, la gomma è molto dura e può essere anche scomoda ma è ideale per resistere al calore o a tipi di pavimentazioni disomogenee che possono portare facilmente alla perforazione plantare.

Ogni dispositivo protettivo individuale deve prendere atto della regolamentazione europea in vigore in base alle esigenze essenziali imposte dalle direttive e precisate dalle norme comunitarie; in particolare la norma EN 13287: 2004 ha messo nero su bianco i requisiti e i metodi di prova per l’indicazione della resistenza allo scivolamento su diversi campioni di superfici scivolose, testate sia sul tacco che sulla suola: con il simbolo SRA si indicano prodotti in condizioni di prova con un fondo di ceramica e una soluzione detergente come lubrificante, mentre il simbolo SRB indica un fondo di acciaio e un lubrificante a base di glicerina.

All’interno di questa legge si trovano anche le modalità testate in comune a tutti e due i simboli, cioè tacco e piano, ma i requisiti minimi dei due simboli divergono poiché nel primo simbolo il requisito minimo per il tacco è 0,28 e per il piano è 0,32, mentre per il secondo simbolo il requisito minimo del piano si aggira intorno allo 0,13 per il tacco e 0,18 per il piano.

Diabete nei bambini, ecco perché il fegato grasso è decisamente pericoloso

I genitori dovrebbero prestare la massima attenzione a quello che mangiano i figli. Infatti, i bambini che presentano il fegato grasso possono contare su una probabilità praticamente oltre il doppio di affrontare il diabete in confronto agli altri bambini che seguono un regime alimentare decisamente più sano. L’allarme in questione è stato lanciato da parte di un gruppo di ricercatori che ha lavorato presso l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma.

Al giorno d’oggi, ci sono tante soluzioni per tenere sotto controllo la dieta, anche quella dei propri bambini. Infatti, ci sono delle applicazioni che possono tornare decisamente utili per programmare tutti i pasti della settimana. Il boom di app e dei device mobili ha cambiato tantissimo le carte in tavola anche per quanto riguarda altri settori, come ad esempio il gioco online. Dopo aver dato un’occhiata a starcasino recensione, ci si può accorgere come l’offerta di giochi sul web sia sempre più ampia, accessibile ovviamente anche tramite il proprio smartphone o tablet.

Il diabete nei bambini si sviluppa più facilmente se soffrono già di fegato grasso

Lo studio, come detto, arriva direttamente dall’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, con cui hanno collaborato anche dei ricercatori dell’Università di Verona e dell’Università di Southampton. Infine, la ricerca ha trovato spazio sulla rivista scientifica “Journal of Epatology”.

Per chi non lo sapesse, il fegato grasso corrisponde ad una patologia, denominata anche steatosi epatica, che può colpire molto facilmente i bambini in età pediatrica. Nello specifico va ad attaccare tutti quelli che sono in stato di sovrappeso oppure sono obesi, mentre nel 3-12% dei casi va a colpire anche i bambini normopeso.

La causa di tale malattia deriva da un deposito eccessivo di trigliceridi all’interno delle cellule epatiche. Quindi, i grassi vanno ad accumularsi in una misura che va oltre il 5% e il fegato non riesce più a smaltirli come faceva in precedenza. Tra le motivazioni che favoriscono tale patologia troviamo sicuramente un ruolo primario svolto dalla genetica, ma anche da una dieta eccessivamente concentrata di grassi e da una storia familiarità con casi di obesità.

Non solo, visto che il fegato grasso può essere favorito dalla carenza di vitamina B12, dall’anemia oppure da alcuni trattamenti farmacologici particolari. Ebbene, secondo lo studio che è stato portato a termine da parte dell’istituto pediatrico romano, il gruppo di ricercatori, coordinato da Valerio Nobile, ha svolto delle analisi su oltre 700 bambini italiani, di cui 599 soffrivano di fegato grasso e 118 che non avevano tale patologia.

Lo studio e i risultati

La fase di studio è durata dal gennaio 2003 fino al mese di settembre dello scorso anno. Il gruppo di ricercatori è stato in grado di dimostrare che i bambini che soffrivano di steatosi epatica potevano contare su un pericolo maggiore di fare i conti con una situazione di prediabete e di diabete in confronto a tutti coloro che non avevano tale problema.

Nello specifico, dai risultati è emerso come il 20,6% dei bambini che avevano il fegato grasso poteva contare su una condizione di modificata tolleranza rispetto al glucosio, mentre il 19,8% di loro soffriva di prediabete, mentre lo 0,8% di loro era ad un passo dal soffrire di diabete a tutti gli effetti. Ecco spiegato il motivo per cui i medici hanno raccomandato a tutti i genitori di prestare la massima attenzione a quello che finisce in tavola, visto che è davvero molto semplice sviluppare la patologia della steatosi epatica e poi gli ulteriori rischi sono dietro l’angolo.

Livelli di ferro troppo alti: cause e conseguenze

Il ferro è un elemento fondamentale per il nostro organismo. Esso, infatti, svolge una serie di funzioni di vitale importanza: contribuisce al trasporto dell’ossigeno agli organi, alla costruzione dei tessuti, alla moltiplicazione cellulare e alla sintesi di alcuni ormoni. Il ferro, inoltre, necessita di due proteine chiamate transferrina e ferritina, rispettivamente per essere veicolato nel sangue e per formare depositi. La ferritina, in particolare, possiede una struttura specifica, poiché una parte rilascia il ferro, l’altra lo assimila per depositarlo in seguito.
Alla luce di ciò, si capisce perché le analisi del sangue che riguardano il ferro comprendono tre esami. Ne parliamo insieme allo staff di Farmacia Pelizzo, farmacia specializzata in
esami del sangue a Udine. Oltre alla sideremia, ovvero il calcolo della concentrazione di ferro nel sangue, si effettua il dosaggio della ferritina e della transferrina. Nel primo caso si valuta il deposito dell’elemento in oggetto nell’organismo; nel secondo si sottopone a verifica la quantità di ferro legato alla transferrina che circola nel plasma.

Quali sono i valori normali del ferro?

Per quanto riguarda la sideremia, i valori oscillano notevolmente in base a diversi fattori: tra questi bisogna ricordare l’età, il sesso, le abitudini alimentari, lo stile di vita, eventuali malattie e così via. È quindi essenziale non eseguire solo questo esame, ma associare il calcolo del ferro nel sangue anche alle altre due analisi prima citate. I valori normali della sideremia sono di circa 50-120 µg/dL per i bambini, 60-140 µg/dL per le donne e 80-170 µg/dL per gli uomini. Quelli di un anziano variano tra 40 e 80 µg/dL, mentre un neonato alla nascita dovrebbe avere dei valori compresi tra 170 e 190 µg/dL. 

Prendendo invece in considerazione il dosaggio della ferritina, esso se è nella norma corrisponde a 20-200 ng/mL per gli uomini; una donna, invece, deve possedere un valore compreso tra 20 e 120 ng/mL. Per la transferrina, infine, la quantità ideale oscilla tra 200 e 400 mg/dL.

Le cause di un livello troppo alto di ferro

Dalle analisi, talvolta, possono emergere dei valori del ferro troppo bassi o troppo alti. Quest’ultima condizione è rischiosa tanto quanto la prima: un sovraccarico di ferro, infatti, può provocare l’insorgere di disfunzionalità e malattie più o meno gravi che interessano diversi organi del corpo. Un livello di ferro poco più alto del normale può dipendere, ad esempio, dall’utilizzo di integratori, da un’intensa attività sportiva o dall’ora del giorno in cui gli esami sono stati effettuati. In questo caso non si corre un vero e proprio pericolo e non si manifestano particolari sintomi. Se, invece, i valori sono estremamente alterati, è possibile che siano in atto patologie del fegato, dei reni, della tiroide, del sangue e del midollo. Altre cause da considerare sono le trasfusioni prolungate, eventuali dialisi, le malattie infiammatorie degenerative e le intossicazioni da piombo. In tutti questi casi è necessario intervenire quanto prima. Una situazione a parte è l’emocromatosi ereditaria, un disturbo genetico che può presentarsi in età sia adulta sia giovanile. Più rare sono patologie come la neoplasia e la porfiria.

Valori elevati del ferro: le conseguenze

Un dosaggio eccessivo di ferro nell’organismo può determinare sintomi diversi a seconda dell’entità del problema. Se la situazione è mediamente grave si riscontrano irritabilità, nervosismo, ansia, mancanza di forze, riduzione della libido negli uomini e un ciclo irregolare nelle donne. Nelle circostanze peggiori, invece, si può incorrere in insufficienza cardiaca o anomalie del muscolo del cuore, cirrosi epatica e in generale malattie del fegato, dolori alle articolazioni. Talvolta si verifica una ridotta produzione di insulina, il che porta all’insorgere del diabete. Si tratta, quindi, di una problematica che investe numerose aree del corpo. Un sovraccarico di ferro può avvenire anche durante la gravidanza e, in tal caso, è potenzialmente all’origine del diabete mellito gestazionale.

 

Obesità: dei batteri intestinali potrebbero essere la soluzione per combatterla

Ci sono dei batteri intestinali che, a quanto pare, riuscirebbero a contrastare in maniera abbastanza efficace l’obesità. Stiamo parlando di batteri che fanno parte della classe dei clostridia, che si trovano di default all’interno nel nostro microbioma. Ebbene, negli esperimenti che sono stati portati avanti sui topi, pare proprio che la somministrazione di tali batteri garantisca un’azione di prevenzione rispetto all’obesità.

Al giorno d’oggi l’obesità viene sempre più combattuta anche mediante la tecnologia: ci sono applicazioni su applicazioni che offrono la possibilità di tenere sotto controllo la propria dieta e gestire la propria alimentazione. La tecnologia sta rivoluzionando anche tanti altri settori, come ad esempio quello del gioco d’azzardo. Tanti casino italiani con paypal, ad esempio, sono stati letteralmente rivoluzionati dal boom di smartphone e tablet: il gioco online da mobile sta crescendo sempre di più nel corso degli ultimi anni e le prospettive sono estremamente rosee.

Nuova e importante ricerca sull’obesità

Il primo passo per affrontare in maniera efficace l’obesità è quello di seguire una dieta equilibrata, fare notevole attività fisica e avere delle abitudini di vita salutari. Certo, ma in certi casi tutte queste accortezze potrebbero non essere sufficienti: in futuro, un’alternativa potrebbe essere rappresentata dalla somministrazione di alcuni batteri intestinali.

Un gruppo di ricercatori che lavorano presso l’Università dello Utah, infatti, ha individuato un ceppo di batteri che, nei topi, sono in grado di garantire un’azione di prevenzione sia rispetto all’ingrassamento che all’obesità. Si tratta di batteri che si trovano naturalmente all’interno del microbioma intestinale umano.

La ricerca ha già trovato spazio sulla famosa rivista “Science”. Secondo il risultato di tale studio, all’interno dei batteri intestinali clostridia troviamo qualcosa come 20-30 specie diverse, spesso con effetti positivi rispetto a tale problematica. Quindi, la ricerca prevedeva che, determinati topi, obesi anche se stavano osservando una dieta equilibrata, avrebbero dovuto seguire una cura che prevedeva la somministrazione di tali batteri.

Ebbene, si è notato come tale scelta sia stata altamente positiva, favorendo la perdita di peso. Come è stato rivelato dal gruppo di ricerca, i clostridia hanno la capacità di svolgere un’attività di carattere preventivo rispetto all’incremento di peso. In poche parole, tali batteri riescono a fermare l’intestino nell’attività di assorbimento del grasso. Una sorta di vera e propria barriera naturale che blocca tale situazione.

Adesso, quindi, il passo successivo per il gruppo di ricerca, dopo aver trovato il gruppo di batteri che garantisce l’azione di prevenzione rispetto all’aumento di peso, è quello di capire come poter trovare uno sbocco terapeutico anche per gli uomini. Fino a questo momento, tra l’altro, ci si basava semplicemente sul fatto che esistesse una correlazione tra batteri intestinali e obesità.

Il ruolo del sistema immunitario

Insomma, vari studi avevano dimostrato fin qui come la composizione del microbioma dell’intestino fosse in grado di condizionare l’insorgere di malattie legate al metabolismo. Ebbene, fino a questo momento mancava proprio l’individuazione di tutti quelli anelli di congiunzione in tale processo.

Ciò che è fatto la differenza, come spesso accade, è stato lo studio del sistema immunitario. Delle cellule, denominate linfociti T helper follicolari, mettono a disposizione dei topi (nel caso dell’esperimento) una sorta di vera e propria barriera nei confronti dell’obesità, favorendo e stimolando la produzione di specifici anticorpi, che rappresentano una sorta di sentinelle nei confronti dell’aumento di peso. I topi che avevano un difetto di tali cellule immunitarie non erano in grado di produrre abbastanza anticorpi da poter contrastare efficacemente l’obesità.

training-autogeno

Rilassare mente e corpo: il trading autogeno nella psicoterapia

Spesso le cause principali dei disturbi psicofisici sono da attribuirsi allo stress e ai ritmi frenetici della vita moderna. Proprio per questo, le tecniche di training autogeno sono estremamente importanti, specialmente quando inserite all’interno delle cure psicoterapiche ma non solo. Conosciute anche come tecniche di rilassamento, aiutano a ristabilire un corretto equilibrio tra la mente e il corpo, favorendo la distensione dei nervi e la concentrazione.

Nascita e sviluppo del concetto di training autogeno

Il training autogeno nacque negli anni ’30 ad opera di Johannes Heinrich Schultz, uno psichiatra tedesco che sviluppò una serie di metodi di rilassamento all’interno dei suoi studi sulle applicazioni dell’ipnosi nella psicoterapia. L’obiettivo di Schultz era rendere i suoi pazienti più calmi, aiutandoli a stabilire un contatto con il loro corpo. Tutto ciò funzionava bene nelle sedute, dimostrando come quasi tutti riuscissero a isolarsi dal resto del mondo, focalizzandosi sul proprio io attraverso uno stato mentale estremamente recettivo e reattivo agli stimoli.

Le tecniche di training autogeno di Schultz riuscivano ad agire sia a livello fisico che psicologico. Uno dei grandi vantaggi di cui ci si rese subito conto fu l’effetto sul sistema nervoso, in particolare nella contrazione involontaria dei muscoli.
Spesso non ce ne rendiamo conto ma durante la maggior parte del tempo contraiamo involontariamente tantissimi muscoli del corpo, del viso, della schiena, delle gambe, delle braccia, etc. Questo è dovuto proprio al nostro sistema nervoso centrale, che scarica la tensione sui muscoli e crea una predisposizione all’ansia e ad altri comportamenti dannosi.

Le tecniche di rilassamento usate nella psicoterapia agiscono proprio in questo punto, consentendo all’organismo di diminuire la formazione di ormoni come l’adrenalina e il testosterone. Quante volte avrete sentito dire a qualcuno preso dal panico di respirare a fondo e con calma, per esempio in caso di attacco di panico, ansia, rabbia o specialmente alle donne in gravidanza.

Il concetto è proprio questo, un rilassamento fisico che influenza il sistema nervoso, portando a uno stato di calma e concentrazione profonde grazie alla respirazione. Nate all’interno degli studi di Schultz, le tecniche di rilassamento sono poi diventate di dominio pubblico e largamente diffuse in tutte le aree rivolte alla cura della persona. Dalle ostetriche, agli psicologi, dagli allenatori sportivi ai manager, dagli psicoterapeuti ai medici e così via.

Esercizi di base del training autogeno

Il training autogeno si basa sull’uso di 6 tecniche o esercizi differenti:

  • Pesantezza
  • Respiro
  • Calore
  • Cuore
  • Solare
  • Calma

Si tratta di una serie di esercizi volti a rilassare il corpo e la mente, creando uno stato psicofisico calmo e concentrato. Si distinguono principalmente tra esercizi di base e superiori e prevedono una serie di condizioni preliminari tra cui:

  • la scelta del luogo opportuno, possibilmente poco rumoroso e adatto allo scopo;
  • usare sempre vestiti che permettano il rilassamento muscolare;
  • adottare una posizione che aiuti a rilassarsi.

In questo modo è possibile applicare, per esempio, quello che lo stesso Schultz chiamava esercizio della pesantezza, cioè cercare di pensare che il proprio corpo diventi sempre più pesante, facilitando l’immobilità e la distensione muscolare.

Sempre nella stessa posizione iniziale, è possibile usare l’esercizio del respiro, che consiste nel riuscire a separare la respirazione dai fattori esterni, particolarmente utile in caso di ansia o depressione.

Con l’esercizio del calore, invece, è possibile intervenire sulla circolazione, ristabilendone il corretto movimento all’interno del corpo. Si tratta di una tecnica molto usata dagli sportivi nelle fasi di riscaldamento, ma anche da chi soffre di problemi circolatori e muscolari.

Molto intenso è l’esercizio del cuore, che ha come obiettivo quello di stabilire un contatto intenso con le proprie emozioni. Nella psicoterapia, questa tecnica aiuta a gestire i pazienti con problemi di attacchi di panico, andando a toccarne la sfera affettiva ed emotiva.

L’esercizio del plesso solare è particolarmente indicato per trattare problemi fisici legati a disturbi di origine psichica, come ad esempio le difficoltà di digestione e le gastriti. Grazie alla diminuzione delle tensioni psicofisiche, è possibile migliorare il corretto funzionamento degli organi come lo stomaco, il fegato e i reni.

Infine, l’esercizio della calma è uno dei più importanti, spesso usato come base per tutte le altre tecniche di training autogeno. Consiste nel cercare un rilassamento profondo attraverso una concentrazione mentale molto intensa, che evita la dispersione delle energie verso l’esterno e crea una situazione perfetta per le cure psicoterapeutiche.

Utilità delle tecniche di training autogeno

Gli esercizi di training autogeno sono importantissimi per imparare a gestire le emozioni, risolvere problemi di natura psicofisica e migliorare la propria qualità della vita. Oltre ad essere ampiamente usati nella psicoterapia professionale, possono essere svolti anche da soli, imparando a controllare il proprio corpo e la propria mente in qualsiasi tipo di situazione. Dagli ambienti sportivi alle donne in gravidanza, queste tecniche hanno una forte valenza scientifica, grazie ai numerosi studi svolti a riguardo da esperti di tutto il mondo in oltre 100 anni di utilizzo.

Conoscere questi esercizi è estremamente importante perché i disturbi psicofisici possono manifestarsi improvvisamente, prendendoci di sorpresa e senza avere nessun tipo di difesa.

Quali i sono i fattori di rischio per gli emangiomi infantili

Gli emangiomi infantili colpiscono circa 4 bambini su 100 e sono classificati come dei tumori benigni che interessano i tessuti molli. Non sono niente di preoccupante, anche se è bene che i genitori tengano sotto controllo e monitorato questo genere di tumore benigno.

Quali sono i fattori di rischio per gli emangiomi infantili?

L’emangioma infantile può interessare qualsiasi parte del corpo, specialmente nella regione della testa, del collo, ma anche braccia e tronco. Compaiono fin da subito dopo la nascita e non oltre i tre mesi di vita del bambino. Si presentano alla vista come delle macchie color fragola e tendono progressivamente a crescere fino a subire un arresto. Nella maggior parte dei casi, in un bambino ormai in età scolare, verso i sette anni, l’emangioma infantile dovrebbe essere completamente regredito. Tuttavia, viene da chiedersi quali possano essere i fattori di rischio per quanto riguarda questo tipo di tumore benigno.

Nonostante i sempre più approfonditi studi sull’argomento, le cause che portano alla comparsa dell’emangioma infantile non sono ancora del tutto chiare. I diversi fattori di rischio che si possono elencare sono il sesso femminile, che presenta un’incidenza maggiore rispetto a quello maschile; l’età avanzata della mamma; l’essere di razza caucasica pura; il basso peso alla nascita e quindi prematurità; l’aver avuto una gestazione multipla e infine aver sofferto di preeclampsia durante la gestazione.

Oltre a ciò, gli studi effettuati fino ad ora hanno dimostrato che esiste una stretta correlazione tra il fenomeno dell’ipossia e quello della comparsa delle cellule tumorali all’interno dei vasi sanguigni. In altrettante parole, la causa potrebbe essere un’ossigenazione poco più che sufficiente durante il periodo della gravidanza. Tuttavia, si ritiene valida anche l’opzione di uno sviluppo dei vasi sanguigni incompleto e pertanto, la parte colpita mostrerebbe il segno evidente dell’emangioma infantile.

Come si tratta l’emangioma infantile?

Nella maggior parte dei casi, questo tumore benigno regredisce spontaneamente senza creare complicanze importanti, dopo aver raggiunto la sua piena fase in concomitanza dei sei mesi di vita del bambino.

Se invece, nel caso in cui l’emangioma infantile risulti doloroso per il bambino e sanguini spesso, allora si può pensare di intervenire somministrando una terapia farmacologica.

Nei casi più rari, in cui questo tumore benigno sia posizione in una parte del corpo più critica che limita il bambino, ad esempio sulle labbra o in prossimità degli occhi, causando problemi secondari, allora il medico potrebbe optare per un intervento chirurgico o in alternativa una terapia innovativa a base di propranololo. È bene ricordare che la percentuale di queste complicanze è molto bassa poiché l’emangioma infantile solitamente compare su un tessuto molle il quale non provoca disturbo al bambino.

A chi spetta fare la diagnosi di emangioma infantile?

Diagnosticare questo tipo di tumore benigno è in realtà un passaggio molto semplice perché è facilmente riconoscibile, non solo dal colore e dalla forma, ma anche dal fatto che appare subito dopo la nascita nel neonato. Oltre a ciò, i genitori si possono accorgere che questo emangioma infantile continua a crescere.

Una visita dal pediatra e in seguito da uno specialista può confermare tale diagnosi. Si rende necessaria la visita da un professionista al fine di poter evitare qualsiasi complicanza in futuro, ma anche per valutare se si rende necessario un trattamento o se si dovrebbero svolgere ancora eventuali accertamenti. Tuttavia si esortano sempre i genitori a non preoccuparsi perché è un disturbo che non reca, nella grande maggioranza dei casi, problemi gravi.

Le cause dell’obesità e i rimedi davvero utili

L’obesità si verifica quando vi è un aumento del grasso corporeo che comporta un eccessivo aumento di peso o atrofia del tessuto adiposo e mette in pericolo la vita di un essere umano.

È considerata una malattia cronica che può comparire dall’infanzia e dall’adolescenza. Le diete basate su un eccesso di nutrienti, come grassi e carboidrati, nonché uno stile di vita sempre più sedentario, sono il terreno fertile per l’obesità, che sta diventando una vera e propria epidemia.
L’obesità è il disturbo metabolico clinico più comune negli esseri umani.

Nei Paesi industrializzati, le condizioni di vita attuali consentono un’alimentazione abbondante e variata a settori in crescita della popolazione, parallelamente all’aumento di uno stile votato alle comodità (auto, ascensori scale mobili, etc.); questo favorisce sempre di meno il movimento e fa sì che il numero di persone obese sia sempre più elevato.

Ci sono variazioni nella composizione corporea in base all’età, al sesso e all’attività fisica. Ad esempio, una persona di 25 anni ha il 15% del suo peso in grasso corporeo; mentre a 75 anni, mantenendo un peso simile, ha il 30% di grassi a causa di una diminuzione della massa muscolare magra.

Gli adipociti, presenti in più depositi di tessuto adiposo, sono atti a memorizzare in modo efficiente l’energia in eccesso sotto forma di trigliceridi e, se necessario, rilasciare questi depositi sotto forma di acidi grassi liberi che possono essere utilizzato dal corpo. Questo sistema fisiologico, regolato attraverso moti endocrini e nervosi, permette all’essere umano di sopravvivere in condizioni di fame, anche per diversi mesi. Tuttavia, quando i nutrienti sono abbondanti e lo stile di vita è sedentario, e con l’importante influenza della genetica, questo sistema incrementa i depositi energetici del tessuto adiposo, con conseguenze negative per la salute.

L’obesità, dunque, può essere definita come una sindrome clinica caratterizzata da un aumento della proporzione del tessuto adiposo in relazione al peso corporeo totale.

Le cause dell’obesità

La causa principale che produce l’obesità è uno squilibrio energetico tra le calorie acquisite e quelle che vengono bruciate, producendo un aumento di peso che, se non controllato nel tempo, può portare a questo problema.

In generale, ciò che è accaduto negli ultimi anni è che consumiamo cibi ipercalorici che sono ricchi di grassi; allo stesso tempo, l’attività fisica diminuisce a causa della forma sempre più sedentaria di molti tipi di lavoro e i mezzi di trasporto che ci fanno spostare sempre di meno a piedi ogni giorno.

Tuttavia, ci sono altre cause che possono predisporre una persona all’obesità, come la genetica, dal momento che esiste una relazione diretta tra la comparsa dell’obesità quando c’è una storia di obesità in famiglia.

Un’altra causa potrebbe essere il fattore socioeconomico, dato che un grado maggiore di obesità è osservato nelle classi più povere, dove non ci sono risorse per nutrirsi adeguatamente o tempo per eseguire l’attività fisica necessaria, oltre alla dieta corretta per perdere il peso in eccesso.

I rimedi utili contro l’obesità

Per combattere l’obesità, la prima cosa da fare è apportare delle modifiche all’alimentazione.

È indispensabile fare una visita medica o un consulto da parte di un dietologo o un nutrizionista. È essenziale consultare il proprio medico in merito a questo o ad altri trattamenti naturali, allo scopo di valutare possibili controindicazioni o incompatibilità.

In ogni caso, una delle chiavi per affrontare questo problema è seguire una dieta sana ed equilibrata, insieme alla pratica regolare dell’esercizio fisico.

È sempre bene fare almeno cinque pasti al giorno, ma consumando porzioni ridotte, per distribuire meglio l’apporto calorico nell’organismo. La dieta mediterranea è un buon esempio di regime alimentare da seguire, poiché prevede cibi a basso contenuto di grassi e molta frutta e verdura.

É anche bene che la persona che soffre di obesità limiti l’assunzione totale di grassi e zuccheri, aumentando piuttosto il consumo di frutta e verdura, legumi e cereali.

Anche il modo in cui viene cotto il cibo ha una certa influenza, quindi è meglio fare a meno fritti o stufati troppo grassi e scegliere di cucinare in modo sano; a tal proposito, svolgono un ruolo benefico gli alimenti grigliati, arrostiti o cotti al vapore, poiché si limitano le calorie assunte. Le bevande zuccherate, infine, costituiscono una fonte di zucchero del tutto inutile per il corpo, quindi è bene ridurne al minimo il consumo.

Ma per sconfiggere definitivamente l’obesità, la cosa più importante è la perseveranza. È necessario mantenere un regime alimentare costante ed eseguire attività fisica per almeno 30 minuti tre volte alla settimana, adattando sempre l’intensità ai bisogni e allo stato fisico della persona, aumentando se possibile la frequenza per ottenere il risultato desiderato.

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Integratori: un valido sostegno per il passaggio dalla stagione fredda a quella primaverile

La primavera è alle porte. Per alcuni è il periodo più bello dell’anno, per altri invece è un incubo e le motivazioni sono molteplici, sebbene le più comuni sono solitamente le seguenti:

  • Allergie;
  • Pressione bassa;
  • Senso continuo di stanchezza.

Negli ultimi anni coloro che soffrono di questi disturbi legati all’arrivo della primavera sono nettamente aumentati di numero. Molto probabilmente questo dipende anche dall’aria che respiriamo e dallo smog che non lascia in pace i nostri polmoni, sempre più sensibili.

Il corpo ci dice molto di noi, quello che bisogna fare è saperlo ascoltare. Effettivamente i cambiamenti climatici degli ultimi anni, non aiutano di certo al passaggio dal pieno inverno alla primavera. Si passa molto velocemente dal caldo al freddo, anche nella stessa giornata. Se non si hanno delle difese immunitarie abbastanza forti, è facile cadere nelle influenze di stagione. Per questo motivo, gli integratori sono diventati assolutamente essenziali.

Sicuramente anche un’alimentazione corretta è importante. Mangiare adeguate quantità di frutta e verdura, oltre che di proteine, ti aiuta a mantenerti meglio.

Gli integratori sono soprattutto utili, sia a coloro che non consumano abitualmente carne e quindi hanno necessità di integrare ferro nella dieta in altro modo, sia a coloro che la mangiano almeno 3 volte a settimana, ma comunque non si sentono abbastanza in forma.

Gli integratori vanno scelti in base alle esigenze del corpo

Inserire gli integratori nella propria alimentazione, vuol dire aiutare il corpo ad assumere adeguate quantità di vitamina C, B, D, nonché di proteine se se ne necessita. Vanno scelti in base alle proprie specifiche esigenze:

  • Senso di stanchezza continua? Hai sicuramente bisogno di Magnesio. Quest’ultimo ti aiuta a sostenere al meglio il passaggio dalla stagione fredda a quella calda. Ci si può sentire facilmente debilitati dal passaggio del pieno inverno alla primavera;
  • In estate tendi a sudare molto? Un integratore a base di vitamine e sali minerali, può sicuramente aiutarti a reintegrare la perdita di liquidi;
  • Ti sei ammalato spesso ultimamente? Un integratore a base di vitamina C è quello che fa per te.

Ogni integratore ha il suo specifico scopo, ce ne sono alcuni ,per esempio, adatti alle donne durante il periodo mestruale. O ancora quelli perfetti per gli sportivi, che hanno maggiore necessità di tenersi in forma naturalmente.

Oltre gli integratori ci sono tre consigli utili che dovresti seguire:

  • Se c’è il sole, esci. Approfittane. La vitamina D ti rafforza e inoltre aiuta a sentirti più felice;
  • Integra quotidianamente la tua giusta porzione di frutta e verdura;
  • Nei passaggi delle stagioni, vestiti sempre a cipolla. Evita di sudare e di restare con i vestiti umidi tutto il giorno addosso.

Contrariamente a quello che si crede, le difese immunitarie si rafforzano se le “metti alla prova”. Non bisogna evitare luoghi come le palestre o impressionarsi se tutto non è perfettamente igienizzato in una stanza. Le difese immunitarie vanno “allenate”.

Stai già iniziando a soffrire del cambio di stagione? Tendi a sudare spesso, a sentirti stanco e assonnato? Probabilmente è di un integratore che hai bisogno, oltre che di migliorare la tua dieta alimentare.

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