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::Tipologie di marcatori tumorali::
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I marcatori tumorali possono essere suddivisi in tre categorie: quelli prognostici, quelli predittivi e quelli farmacodinamici.
I marcatori prognostici consentono di predire il corso naturale della malattia e distinguere quella con “prognosi favorevole” da quella a “prognosi sfavorevole”. Questi marcatori rispondono sostanzialmente alla domanda se trattare (e quanto aggressivamente) o non trattare un tumore. Numerosi oncogeni, geni oncosoppressori e relative proteine sono stati indicati, in centinaia di studi molecolari, come buoni indicatori prognostici per i vari tipi di tumore, ed attualmente esistono dei pattern di espressione genica (vd avanti) o delle singole proteine che vengono utilizzate ad esempio per stimare la probabilità che un carcinoma della mammella possa recidivare dopo la resezione chirurgica, guidando così la decisione circa la possibilità di avviare la paziente alla terapia sistemica oltre che fornendo indicazioni sull'evoluzione della malattia in quella determinata paziente.
I marcatori predittivi (o di risposta) consentono invece di predire se un paziente risponderà o meno ad una determinata terapia. Questa classe di biomarcatori risponde quindi alla domanda su quale farmaco utilizzare. Il classico esempio è quello dell'amplificazione del gene ERBB2 nel carcinoma della mammella: le pazienti con tale amplificazione beneficiano del trattamento con trastuzumab (Herceptin) mentre le pazienti in cui il recettore per gli estrogeni è espresso dal tumore rispondono al trattamento con tamoxifen. Un altro valido esempio è rappresentato dall'uso della proteina PML-RARA come biomarcatore nei pazienti con leucemia promielocitica acuta, i quali rispondono alla terapia con acido retinoico; i casi dovuti alla presenza del cromosoma Philadelphia (che contiene la proteina di fusione BCR-ABL) sono invece sensibili all'azione dell'imatinib mesilato (il Gleevec o Glivec) e quei pazienti che sviluppano resistenza al Glivec possono essere a loro volta riclassificati sulla base della presenza di specifiche mutazioni nella regione di BCR-ABL con funzioni di tirosin-chinasi la cui presenza suggerisce la suscettibilità all'azione delle molecole desanitib e nilotinib. Ancora, la presenza di mutazioni nella regione che codifica il dominio con attività chinasica dell'epidermal growth factor receptor (EGFR) è in grado di predire la sensibilità dei tumori del polmone all'azione dell'erlotinib o del gefitinib, mentre nella stessa patologia la contemporanea presenza di mutazioni di KRAS indica l'inefficacia di questi stessi farmaci. Infine, un altro esempio è quello del glioblastoma, nel quale la presenza di particolari mutazioni nella regione che codifica per il dominio extracellulare dell'EGFR è indice predittivo di buona risposta agli inibitori dell'EGFR sopra citati ma solo nei casi in cui vi sia contemporaneamente assenza di mutazioni nel gene oncosoppressore PTEN.
I marcatori farmacodinamici sono quelli utilizzati più comunemente nella pratica clinica ed indicano sostanzialmente quale sia la dose di agente terapico più opportuna da utilizzare per quel dato paziente in quel dato momento della storia clinica del tumore. Questi marcatori, che rispondono quindi alla domanda su quale sia il dosaggio di terapico più opportuno possono essere utilizzati per personalizzare una terapia non più sulla base della massima dose tollerata ma sulla base del concetto più moderno della massima dose efficace: per esempio è stato osservato che il Glivec inibisce l'attività chinasica della proteina chimerica BCR-ABL alla stessa dose necessaria per indurre la remissione clinica, che è una dose ben inferiore rispetto a quella tossica. Nei pazienti con leucemia mieloide acuta è quindi possibile utilizzare il dosaggio dell'attività chinasica di BCR-ABL come biomarcatore farmacodinamico utile a stabilire il minimo dosaggio efficace.
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per citare questa rassegna:
Buonsanti G. (2008) I biomarcatori tumorali, [http://www.biomedit.it/speciali/marcatoritumorali]
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